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37 seconds

37 seconds: essere disabili non vuol dire essere anormali

37 seconds, un film di Netflix che è capace di far riflettere e toccare le corde più sensibili del nostro cuore.

Yuma Takada è una normalissima ragazza di Tokyo, con un unico problema: una paralisi cerebrale che la costringe su una sedia a rotelle. La paralisi è dovuta a una complicazione respiratoria avuta appena nata, in cui è rimasta 37 secondi senza respirare.

Yuma ha 23 anni ed ha uno splendido dono: sa disegnare benissimo, infatti con la sua amica Sayaka ha creato un manga che ha un discreto successo tra il pubblico. Purtroppo, però, è solo la sua amica a prendersene il merito, perché lei è “normale” ed è anche molto carina, mentre Yuma vive nell’ombra continuando a disegnare senza poter ricevere nemmeno un complimento. Infatti Sayaka va agli incontri con i fan firmando autografi e, un giorno in cui Yuma va a trovarla portandole dei fiori, la presunta “amica” finge di non vederla e in seguito le spiega che deve comportarsi così per salvare le apparenze.

La sola che le vuole bene e le dà una mano è la madre, una donna che dedica a lei tutta la sua vita: la aiuta a fare il bagno, le prepara da mangiare e si assicura che si vesta in maniera non troppo appariscente per non destare le attenzioni di possibili malintenzionati.

Peccato che, come una qualsiasi ragazza della sua età, Yuma sia stufa di essere accudita dalla mamma e trattata come una bambina. Mentre all’inizio i suoi sentimenti sono repressi, ad un certo punto la voglia di scoprire il mondo e di emanciparsi emerge: quando casualmente trova per strada dei manga erotici, decide di inviare i suoi disegni a una casa editrice che produce uno questi manga. Dopo aver parlato telefonicamente con una delle responsabili, Yuma si reca di persona in ufficio e viene accolta da una signora che è interessata a vedere i suoi disegni.

Sono disegni molto belli e la storia che ha creato la ragazza è avvincente, ma manca qualcosa di fondamentale: le scene erotiche non sono abbastanza veritiere. Questo perché, a detta della signora della casa editrice, Yuma non ha mai avuto esperienze sessuali, quindi non sarà mai in grado di disegnare scene di sesso se non le ha vissute lei in prima persona.

“Torna quando avrai fatto sesso!”

Con queste parole in testa, Yuma capisce che avere esperienza (non solo sessuale) le consentirà di sviluppare al meglio le sue capacità e di realizzarsi appieno come mangaka e come donna.

37 SECONDS: DA QUI IN POI PARTONO GLI SPOILER!

Yuma escogita dei sotterfugi per sfuggire alle attenzioni della madre e, fingendo di andare al lavoro, si reca invece a Kabukicho (Shinjuku), dopo essersi cambiata gli abiti in un bagno. Nelle sue condizioni la cosa più facile da fare è cercare un escort, di modo che possa perdere la verginità e sperimentare in prima persona un rapporto sessuale.

Grazie ad un intermediario trova una stanza in un love hotel dove si presenta un ragazzo che inizialmente rimane stupito dalle condizioni fisiche di Yuma, ma poi accetta comunque di fare sesso con lei e inizia a spogliarla e baciarla. A causa dell’eccitazione, la povera Yuma finisce però per farsi la pipì addosso, e il ragazzo interrompe frettolosamente la prestazione chiedendo a Yuma comunque il pagamento, lasciandola così a bocca asciutta.

Quando Yuma cerca di andarsene dal love hotel, però, l’ascensore non funziona: chiama qualcuno in cerca di aiuto e appaiono un uomo su una sedia a rotelle accompagnato da una donna, una prostituta, che abituata al suo cliente disabile sa già come organizzarsi per ovviare al problema dell’ascensore; telefona al suo amico Toshi e riesce ad aiutare entrambi facendoli portare in braccio e successivamente accompagnandoli a casa con un minivan. Yuma resta affascinata da questa donna che le spiega come per lei sia normalissimo avere rapporti con il suo cliente/amante e dalla disinvoltura di tutti loro nei suoi confronti.

Tornando a casa la madre di Yuma inizia a capire che qualcosa non torna e chiede alla figlia di fare più attenzione perché in giro c’è pieno di malintenzionati, ma Yuma risponde che tanto a nessuno frega niente di lei. La ragazza continua perciò a frequentare la prostituta (interpretata dall’attrice Makiko Watanabe) in maniera del tutto naturale, e tra le due nasce un’amicizia spontanea: la donna la accompagna a fare shopping, prima di vestiti e makeup, e poi di un bel vibratore 🙂

Quel vibratore verrà trovato dalla mamma di Yuma in camera sua e scatenerà l’ira della donna: la madre accusa la figlia di voler fare cose più grandi di lei, che non ha la minima indipendenza e non è in grado di fare le cose da sola. Yuma vorrebbe dimostrare il contrario, ma la madre decide di chiuderla in casa e di impedirle qualsiasi uscita da quel momento in poi.

Yuma troverà comunque un modo per scappare grazie alla consueta terapia di riabilitazione, dove, fingendo di andare in bagno da sola mentre la madre è distratta, riesce a fuggire dalla struttura e si rifugia dai suoi amici. Toshi si offre di ospitarla a casa sua e diventa suo confidente: proprio a lui, infatti, Yuma rivela di aver ricevuto una cartolina dal padre molto tempo prima e di aver provato a mettersi in contatto con lui, ma di non aver mai ricevuto risposta.

Decidono quindi di andare all’indirizzo indicato sulla cartolina, un posto lontano da Tokyo che si trova vicino al mare.

Lì trovano un uomo che rivela di essere il fratello del padre di Yuma, che purtroppo è deceduto 5 anni prima, ma che aveva sempre espresso il desiderio di vederla. Inoltre, lo zio le rivela anche che lei ha una sorella gemella, Yuka, che vive e lavora in Thailandia.

Yuma telefona alla madre dicendole di stare bene e di concederle ancora un po’ di tempo, poi riattacca. Yuma va in Thailandia con Toshi per conoscere sua sorella.

Le due sorelle riunite chiedono una all’altra di descrivere il genitore che non hanno mai conosciuto, Yuma il padre e Yuka la madre, senza però rivelare agli spettatori cosa sia successo tra i due coniugi che ha causato la loro separazione e per quale motivo le due sorelle abbiano vissuto separate l’una dall’altra.

Prima di salutarsi, Yuka rivela alla sorella che aveva sempre saputo di lei ma non aveva mai avuto il coraggio di contattarla. Yuma la abbraccia e le due si stringono in un pianto, promettendosi però di rivedersi presto in Giappone.

Il film termina con il ritorno di Yuma dalla madre, alla quale Yuma consegna un album da disegno con raffigurata sua sorella, dicendole che vuole conoscerla. Yuma poi torna dall’editrice che ammira i suoi nuovi disegni e le chiede di mandarglieli via e-mail perché questa volta vuole farli pubblicare, anche se si tratta di disegni non erotici.

OPINIONI SUL FILM (NO SPOILER)

37 seconds è un film toccante, che affronta tematiche che spesso vengono lasciate in disparte da tutti noi, a meno che non abbiamo direttamente a che fare con una persona disabile: il sesso in primis, perché anche i disabili hanno desideri sessuali come tutti noi, ma anche il mancato riconoscimento nella società. Yuma non viene riconosciuta pubblicamente come autrice di manga perché la sua immagine non è convenzionale, non è la classica ragazza kawaii come la sua amica Sayaka, nonostante lei abbia un talento innato.

Realizzare i propri sogni non è facile, soprattutto per un disabile. Spesso dimentichiamo che i nostri problemi sono ben poca cosa rispetto alla mancanza di libertà di movimento o di autonomia.

Yuma rappresenta una generazione di giovani che, nonostante le difficoltà, vuole farcela ed è disposta ad amare e perdonare, facendosi carico anche delle debolezze di chi la circonda (la madre, soprattutto) senza dar loro la colpa, perché di fronte alle avversità della vita siamo tutti uguali, disabili o meno.

In questo momento in cui siamo tutti concentrati su un problema mondiale, guardare questo film ci consente perlomeno di ridimensionare un po’ la nostra prospettiva, lasciandoci nel cuore delle emozioni positive.

Buona visione!

  • Film disponibile su Netflix
  • Regia: Hikari (Mitsuyo Miyazaki, già regista di “Where we begin”, “A better tomorrow”)
  • Vincitore Premio del Pubblico al Festival Internazionale del Cinema di Berlino
  • Vincitore Art Cinema Award al CICAE, Parigi
37 seconds: essere disabili non vuol dire essere anormali ultima modifica: 2020-03-24T19:00:54+00:00 da Irene Vicari
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