Recensione Ainori Love Wagon: Asian Journey

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Recensione Ainori Love Wagon: Asian Journey

Ainori Love Wagon

Recentemente su Netflix hanno fatto la loro comparsa molti dorama e serie TV giapponesi, tra cui l’ormai famoso Terrace House, e ovviamente numerosissimi anime. Essendo in “astinenza” proprio da Terrace House che è appena terminato, ho deciso di iniziare una nuova serie, Ainori Love Wagon, su cui sinceramente non nutrivo grandi aspettative… ma poi mi sono dovuta ricredere!

Si tratta di un reality show in cui 7 partecipanti, 3 donne e 4 uomini, intraprendono un viaggio itinerante su un autobus rosa, ovvero il Love Wagon del titolo (su Netflix viene tradotto come “vagone dell’amore”, mi chiedo perché “vagone” ma vabbè); lo scopo dei ragazzi è trovare l’amore durante questo viaggio, che li metterà in condizioni di interagire 24 ore su 24 e di gestire un budget molto limitato per vivere appieno la cultura locale.

Nella stagione Asian Journey, infatti, i paesi attraversati dal programma sono notoriamente paesi poveri, come il Vietnam o Myanmar, perciò ai partecipanti viene dato un budget giornaliero con cui devono trovare un alloggio e riuscire a procurarsi il cibo per tutti.

Ainori Love Wagon ricorda vagamente Pechino Express, ma in questo caso non ci sono sfide da affrontare se non quella di fare breccia nel cuore della persona amata.

Come per Terrace House, all’inizio e nell’intermezzo di ogni puntata un gruppo di commentatori spiega cosa sta succedendo e quali sono le loro opinioni sui concorrenti, facendo pronostici sulle possibili coppie o scherzando sui disastri combinati da alcuni dei ragazzi.

I personaggi di quest’edizione, anche a detta dei commentatori, inizialmente sono piuttosto piatti e apatici, soprattutto i maschi che non hanno il coraggio di mettersi in gioco. Vediamo intanto chi sono i 7 membri iniziali:

  • Taka, impiegato statale che si è preso 2 settimane di ferie appositamente per partecipare al programma (poveretto!);
  • Yuchan, panettiere e kickboxer, non ha una ragazza da 10 anni perché vuole concentrarsi sulla carriera sportiva;
  • Wedding, così chiamato perché lavora come wedding planner (sinceramente non so tutt’ora quale sia il suo vero nome ‘^_^);
  • Hatomune, ossia “petto di colomba”, perché riesce a piegare in fuori il petto come una colomba (è un uomo, se ve lo state chiedendo);
  • Asuka, aspirante modella per metà filippina;
  • Yumechin, ragazza innocente ma prosperosa;
  • Depparin, ragazza simpaticissima dai dentoni sporgenti (in Giappone le donne dalla dentatura non perfetta sono considerate kawaii).

Come vi dicevo, tutti sono abbastanza piatti tranne Depparin, che ha un carattere molto vivace, ride sguaiatamente e di gusto e finisce anche per litigare sia con i membri della troupe e il regista che con uno dei concorrenti maschi. Non vi spoilero la scena nel caso voleste vedere il programma, ma vi assicuro che c’è da ridere! Inoltre, per smuovere i ragazzi che sono davvero incapaci e chiusi in se stessi, si fa portavoce delle donne e gli fa una sorta di ramanzina, ricordandogli che lo scopo del loro viaggio è trovare l’amore, non di dividersi in gruppi chiusi di soli uomini e sole donne e non interagire per niente… Mica male per una giapponese!

Ad ogni modo, ogni volta che uno dei concorrenti decide di dichiararsi, deve chiedere all’autista del Love Wagon due buste: entrambe contengono i biglietti di ritorno per il Giappone e, se la persona che ha ricevuto la dichiarazione accetta, i due torneranno a casa insieme e inizieranno la loro relazione d’amore; in caso contrario, il concorrente rifiutato tornerà in Giappone da solo.

Come potrete ben immaginare, l’impiegato statale ha soltanto due settimane per giocarsi il tutto per tutto, dopodiché dovrà comunque tornare a casa… cosa succederà quando si dichiarerà alla ragazza che gli piace?

La cosa bella del programma, oltre all’aspetto romantico, è che in ogni paese che visitano i ragazzi hanno non solo l’opportunità di immergersi completamente nella cultura locale (fare la spesa nei mercati, dormire in quartieri popolari, ecc.), ma vengono anche a contatto con aspetti di quel paese che riguardano alcune tematiche molto delicate. Ad esempio, mentre sono in Myanmar, fanno la conoscenza di un dottore giapponese che ha costruito una clinica in cui opera gratuitamente i bambini malati di tutto il paese. I ragazzi hanno anche aiutato come volontari assistendo ad alcune operazioni in condizioni precarie: poiché ci sono frequenti blackout è infatti sconsigliatissimo operare in anestesia generale i bambini, dato che a causa di complicazioni si rischierebbe di compromettere la loro vita. Quindi i bambini si sottopongono a operazioni dolorose con la sola anestesia locale, e questo è sicuramente un bel banco di prova per i ragazzi per dimostrare il loro coraggio e la loro forza d’animo.

Sembra che il tema generale di questa stagione sia l’importanza della famiglia e come essere felici nell’era del capitalismo: spesso, infatti, viene paragonata la vita del giapponese medio a quella ad esempio di un taiwanese, che è molto più povero in termini di reddito ma infinitamente più felice perché può sempre contare sul supporto della propria famiglia. Inoltre, una delle partecipanti (Asuka) è stata abbandonata dai genitori a soli 2 anni ed è cresciuta in una casa famiglia fino ai 18 anni, perciò è quella che più di tutti mette in discussione i suoi valori e, grazie a questo viaggio, piano piano riesce a ricostruire la propria identità attraverso nuovi valori.

A Taiwan, inoltre, i ragazzi vengono a sapere che proprio quel paese è stato il secondo maggior donatore di denaro a favore della ricostruzione dopo lo tsunami del 2011, secondo solo agli USA, ma il Giappone non ha mai ringraziato pubblicamente il governo taiwanese, nè tantomeno i cittadini. I concorrenti ne rimangono sorpresi e si sentono in dovere di scusarsi con la popolazione di Taiwan, dimostrando la loro riconoscenza aiutandoli a ricostruire un ponte danneggiato. A detta della regia, quest’azione non era in programma ed è stata voluta espressamente dai ragazzi, che hanno voluto compiere una buona azione nei confronti di un popolo così gentile.

In Thailandia, infine, imparano che la tolleranza verso transgender, ladyboy, gay, lesbiche, eccetera fa parte della cultura buddhista nella sua accezione più pura: infatti, a differenza del Giappone, che del buddhismo usa soltanto alcuni rituali, la Thailandia sposa al 100% il concetto buddhista secondo cui l’anima prende semplicemente in prestito il corpo umano durante il transito sulla terra, perciò è assolutamente normale che esista l’anima di una donna all’interno del corpo di un uomo, o viceversa.

Spero che tutte queste tematiche vi abbiano invogliato a vedere Ainori Love Wagon, se non altro per scoprire le meraviglie del Sud Est Asiatico che sono le tappe di questo viaggio romantico e a tratti un po’ ridicolo 🙂

Buona visione!

Fonte: The Alternative UK

Recensione Ainori Love Wagon: Asian Journey ultima modifica: 2019-03-26T13:09:08+00:00 da Irene Vicari
Irene Vicari
Irene Vicari
Laureata in Lingue per la comunicazione internazionale, con specializzazione in lingua giapponese; traduttrice free-lance e divoratrice di contenuti digitali e cartacei a tema Giappone. Ho anche lavorato in Giappone e ci torno ogni volta che posso per esplorare nuove zone.

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